
La ginnastica per il gomito è perfetta per tutti quei disturbi che interessano questa parte del corpo, anche nei casi più gravi che sfociano nella epicondilite. Vediamo assieme quali esercizi e come farli.
Il gomito è l’articolazione dell’arto superiore che collega il braccio con l’avambraccio. Anatomicamente è inquadrata come un’unica articolazione, ma dal punto di vista biomeccanico, i tre margini ossei che la compongono si rapportano tra loro formando tre “articolazioni funzionali”. È per questa complessa fisiologia articolare che il gomito è ritenuto dai fisioterapisti come una delle articolazioni più impegnative da riabilitare.
Le strutture del gomito si muovono tra loro grazie all’attività di oltre 10 muscoli che ne consentono:

Le condizioni dolorose più comuni del gomito sono fondamentalmente tre:
La borsite è un’infiammazione della borsa sinoviale che si trova in prossimità dell’olecrano dell’ulna. In condizioni normali la borsa del gomito risulta avere una forma appiattita ma nei casi di infiammazione si gonfia per aumento di liquido al suo interno. Non sono pochi i casi in cui, se la borsite non viene trattata in tempo, la borsa sinoviale può raggiungere dimensioni importanti dal diametro maggiore a 4-5 cm.
I sintomi della borsite sono dati dalla comparsa di gonfiore locale, dolore, riduzione della forza (in particolare in estensione;), riduzione della funzionalità articolare.
L'epicondilite è conosciuta anche come “gomito del tennista” perché è molto frequente negli sportivi che praticano uno sport con la racchetta come tennis, padel, o beach tennis. Si tratta di una condizione dolorosa e infiammatoria dei tendini epicondiloidei, chiamati così perché originano dall’epicondilo una prominenza ossea al margine distale laterale dell’omero.
I sintomi sono dolore in prossimità dell’inserzione tendinea, in casi gravi possono comparire anche gonfiore e rossore locale e la cute è più calda in corrispondenza della zona interessata. In fase iniziale il dolore è locale e compare solo durante o in seguito a uno sforzo importante dei muscoli, ad esempio quando si portano delle casse d’acqua o nel caso di uno sportivo dopo che ha eseguito un mach a tennis o durante un servizio.
L’epitrocleite è detta anche “gomito del golfista” perché è comune tra coloro che praticano questo sport, e riguarda i tendini epitrocleari, e come per l’epicondilite è una patologia frequente fra coloro che effettuano attività lavorative manuale nelle quali sono richieste delle contrazioni continue e ripetute dei muscoli epitrocleari come la flessione di polso, o lo stringere un oggetto tra le mani.
I sintomi sono molto simili a quelli dell’epicondilite, cambia solo il gruppo muscolo-tendineo interessato.
In questa sezione affronteremo solo le condizioni di infiammazione miotendinee più comuni del gomito che come accennato in precedenza sono epicondilite ed epitrocleite. In queste due patologie l’esercizio terapeutico è fondamentale per accelerare i tempi di recupero.
In una prima fase è importante che il paziente effettui esercizi di allungamento. Per allungare i muscoli epicondiloidei occorre far estendere il gomito, far chiudere la mano e far flettere il polso con una leggera deviazione ulnare. Far mantenere la tensione per almeno 50 secondi e far ripetere l’esercizio almeno 5 volte.
Passata la fase acuta si inizia a lavorare con le contrazioni. Come primo lavoro muscolare spesso si consiglia l’uso di una pallina di gommapiuma da tenere in mano, e si chiede al paziente di stringere la pallina ripetutamente. Si tratta di un semplice esercizio che può essere eseguito a casa, e che fa lavorare la muscolatura dell’avambraccio senza stressare l’articolazione in quanto non è richiesto alcun movimento del gomito.
Successivamente si introducono i movimenti di flessione, estensione, rotazione a corpo libero, senza resistenza. Soprattutto in ambito sportivo nella fase conclusiva del ciclo fisioterapico si lavora per il recupero e l’ottimizzazione dello schema motorio che il paziente andrà a ripetere quotidianamente. Se si trattasse di un tennista agonista, il fisioterapista andrà a elaborare una serie di allenamenti terapeutici specifici per la gestione della racchetta sul campo.
Trattandosi di una patologia molto simile all’epicondilite, l’iter riabilitativo si assomiglia, chiaramente trattandosi di un diverso gruppo muscolare gli esercizi saranno differenti. In prima fase sono consigliati esercizi di allungamento muscolare, per all’ungare i muscoli epitrocleari si deve far estendere il gomito, la mano deve essere aperta, il polso esteso e con una leggera deviazione verso il radio.
Anche per l’epicondilite si consigliano le contrazioni ripetute con la pallina sulla mano. Dopo di che, con il migliorare della condizione si fanno effettuare esercizi di contrazioni eccentriche con delle leggere resistenze che normalmente offre il terapista con le proprie mani oppure avvalendosi di un elastico molto leggero.
Nella fase finale, quando il dolore è quasi scomparso, si inseriscono resistenze maggiori come i pesi o degli elastici più duri di quelli usati in fase iniziale. Anche nel caso dell’epitrocleite, soprattutto con pazienti sportivi, prima che riprendano a pieno gli allenamenti, il fisioterapista effettuerà un importante training riabilitativo per il completo recupero del gesto atletico che il paziente, probabilmente golfista, si troverà ad allenare appena rientrato in campo.
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Fisioglobe, studio di fisioterapia a Roma zona Aurelia, è l’unico in grado di offrirti l’eccellenza e un trattamento serio per consigliarti la migliore ginnastica per il gomito. Una terapia cucita sulla tua persona e sulle tue esigenze… la salute su misura per te!
Il ginocchio valgo è una deformità anatomica degli arti inferiori per la quale le ginocchia puntano l'una verso l'altra. Noto anche come ginocchia a X (o gambe a X), il ginocchio valgo evidenzia il mancato allineamento tra i femori e le tibie.
Nei casi meno gravi, la correzione della postura e dell’appoggio plantare, una sequenza di esercizi specifici e un ripristino del controllo neuro muscolare può migliorare la situazione ridurre o addirittura risolvere il valgismo.
Una delle cause può essere la debolezza delle anche, dovuta a una muscolatura glutea inadeguata, non sufficientemente forte. I muscoli dei glutei contribuiscono all'allineamento del femore rispetto alla tibia, agendo a livello dell'anca, con una forza che spinge verso l'esterno. Venendo meno l'azione di spinta verso l'esterno, imposta dai muscoli glutei, la porzione di femore che costituisce l'anca tende a cambiare angolazione e a orientarsi verso l'interno, ossia verso l'altra gamba. Al cambio di orientazione concorrono anche i muscoli con azione opposta ai muscoli glutei, ovvero i muscoli adduttori dell'anca.
Altra causa del ginocchio valgo può essere la ridotta capacità della caviglia di compiere il movimento di dorsiflessione. Dalla ridotta capacità di dorsiflessione della caviglia scaturisce, per compensazione, un'anomala pronazione del piede, la quale ha tre effetti conseguenti l'uno all'altro: la rotazione verso l'interno della tibia → la rotazione verso l'interno dell'anca → l'adduzione dell'anca.

Escluse cause di natura legamentosa (come la lassista del legamento collaterale mediale), fratture mal consolidate, artrosi, malattie neurologiche, problematiche all’ anca (come la displasia), l’attenzione dei professionisti sanitari si deve concentrare sugli scompensi posturali e i deficit del controllo motorio. Alterazioni funzionali della muscolatura della colonna vertebrale, del bacino, delle anche e degli arti inferiori possono essere trattate con sequenze di esercizi specifici diverse per ogni paziente con ginocchio valgo.
Si utilizza un trattamento attivo e uno passivo. Gli esercizi hanno efficacia soprattutto per il ginocchio valgo funzionale, ovvero il ginocchio che tende al valgismo durante il movimento, ma quando l’individuo è in piedi i rapporti tra le superfici articolari rientrano nella norma.
Un esempio di esercizio con il quale possiamo rinforzare i muscoli che sostengono la volta plantare nel caso il ginocchio valgo sia causato significativamente da un’alterazione di questo distretto è l'“esercizio del piede corto”, in quanto si deve avvicinare la testa del primo metatarso (ovvero il punto prima dell’alluce con cui poggiano a terra) al tallone, proprio per ricreare l’arco plantare. La costanza e la precisione con cui viene eseguito l’esercizio vi garantiranno una maggiore possibilità di risultato. Durante l’esecuzione degli esercizi per il ginocchio valgo il fisioterapista guida il paziente a correggere in movimento, non solo del ginocchio, ma anche di tutti i distretti che intervengono nella corretta esecuzione del gesto (attività del tronco, del bacino, dell’anca, della gamba e del piede).
Il Taping neuromuscolare è una tecnica che consiste nell’applicazione di cerotti elastici la cui efficacia dipende da:
Il taping neuromuscolare, ha un azione propriocettiva e non correttiva, è molto efficace soprattutto mentre si effettuano gli esercizi, perché dà uno stimolo al ginocchio per non tendere al valgismo nel corso del movimento.
Plantari o solette da inserire all’ interno di scarpe da indossare tutti i giorni possano dare una mano. Questi plantari riescono a far gravare di meno il peso sulla parte interna dell’ articolazione del ginocchio, in mondo di riequilibrare la pressione migliorando l’appoggio del piede.
La scelta del tipo di plantare è in funzione della gravità del caso. A volte è sufficiente utilizzare un plantare con una leggera spinta a supporto della volta plantare. In altri casi invece, è necessario utilizzare plantari con degli alloggiamenti del calcagno molto più enfatizzati, necessari per correggere la posizione del retro piede.
I plantari rappresentano dei rimedi molto importanti perché potrebbero nel tempo salvaguardare il piede da varie patologie come la fascite plantare o da tendiniti croniche importanti quale la “tendinite del tibiale posteriore.
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La frattura delle costole si verifica quando una delle ossa della gabbia toracica si rompe o si spezza a causa di un trauma toracico, come ad esempio un colpo, una caduta, un incidente o un impatto durante l'attività sportiva.
Può anche accadere che In persone che soffrono di osteoporosi, anche un forte colpo di tosse o un semplice starnuto comporti la rottura della costola. Molte costole apparentemente rotte sono semplicemente incrinate, ovvero contuse.
Le costole sono ossa curve e piatte che formano la gabbia toracica, estremamente leggere e flessibili, ma altamente resistenti. Hanno una funzione importantissima in quanto proteggono gli organi toracici interni.
Ci sono dodici paia di costole, tutte articolate con la colonna vertebrale. Tuttavia, solo sette hanno un'articolazione diretta con lo sterno. Le costole possono essere assegnate a uno dei due tipi distinti; costole vere e costole false. Le costole da una a sette sono considerate vere costole e si attaccano direttamente allo sterno tramite la propria cartilagine costale. Le costole da otto a dieci sono definite costole false e sono collegate allo sterno indirettamente tramite la cartilagine della costola sopra di esse. Le ultime due paia di costole sono costole fluttuanti e la cartilagine di queste costole tende a terminare all'interno della muscolatura addominale.
Tra le costole ci sono numerosi muscoli, noti come muscoli intercostali. I muscoli intercostali consentono alla gabbia toracica di espandersi durante la respirazione; pertanto giocano un ruolo fondamentale per l'introduzione dell'aria nei polmoni.

Il sintomo principale è il dolore che si percepisce nella zona della frattura. Questo dolore aumenta d’intensità quando:
Risulta perciò importante distinguerlo dai dolori intercostali o da un acuto dolore al petto che invece può essere il sintomo di altre problematiche, come un attacco di cuore. Spesso si formano lividi o gonfiore (edema) intorno all'area fratturata.
A causa del dolore molto intenso, il paziente spesso non riesce a respirare in maniera normale, e quindi avremo anche:
Infine nel caso in cui le fratture alle costole siano complesse potrebbero verificarsi danni aggiuntivi. Ad esempio l'estremità fratturata della costola, essendo tagliente o peggio appuntita, può arrivare a perforare il polmone, causando incontrollate perdite d'aria, una condizione chiamata pneumotorace.
I trattamenti sono simili a quello delle costole incrinate: in generale, pertanto, si basa principalmente sul riposo e sull'assunzione di farmaci antidolorifici, ma a volte anche rilassanti muscolari. Per le fratture delle costole non è prevista l’immobilizzazione né tramite gesso né tramite doccia gessata. Il trattamento per recuperare una frattura costale dipende da diversi fattori, come l'entità della frattura, il numero di costole coinvolte, il loro possibile spostamento, la presenza o meno di frammento costale, lo sviluppo o meno di uno pneumotorace o di una contusione polmonare
Quando si tratta una frattura isolata e non spostata, il trattamento prevede, essenzialmente, l'assunzione di antidolorifici per alleviare il dolore e il riposo per dieci giorni, in modo da proteggere la costola da ulteriori traumi. Per ridurre il gonfiore e aiutare a prevenire ulteriori danni ai tessuti è molto utile il ghiaccio.
Te rimato l'eventuale periodo in ospedale, e passato il periodo di riposo, il fisioterapista può aiutare a ripristinare la normale mobilità e, successivamente, indicare un’accurata ginnastica posturale con esercizi di riabilitazione respiratoria mirati a ripristinare la capacità polmonare e rinforzare la muscolatura deputata alla respirazione. Durante il percorso terapeutico il fisioterapista può integrare le varie tecniche riabilitative con l’applicazione di Kinesio taping o bendaggio funzionale. In caso di dolore al torace in assenza di un trauma diretto è sempre consigliato consultare un medico per valutare bene il quadro clinico ed escludere patologie di natura cardiaca e polmonare.
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Il dolore alla pianta del piede ha cause differenti, a seconda del problema necessitano quindi di un trattamento diverso.
Considerate che la pianta del piede assorbe fino a mezzo milione di chili di pressione durante una sola ora di intenso esercizio fisico, e fino a tre volte il nostro peso corporeo durante le attività di camminata e corsa... È molto probabile quindi che possiamo provare dolore alla pianta del piede, è necessario quindi sapere cosa si può fare.
Il piede e la caviglia hanno un’ anatomia moto complessa, ci sono molte strutture che possono causare problemi al piede. La sollecitazione di questa parte del corpo può dare numerosi problemi, fa cui:
La fascite plantare è una delle cause più comuni di dolore al piede. Si tratta di un'infiammazione di una spessa fascia di tessuto, chiamata fascia plantare, situata nella parte inferiore del piede. Chi ha la fascite plantare avverte dolore sotto la pianta del piede, in genere a metà di questa zona o vicino alla parte interna del tallone. Il dolore che si avverte con questo tipo di patologia è più comune al mattino dopo il risveglio oppure successivamente ad un intenso esercizio fisico come la corsa. Nel caso in cui il dolore sia circoscritto al tallone si parla di tallonite.
Lo sperone calcaneare o spina calcaneare, è una crescita di calcio che si sviluppa tra l'osso del tallone e l'arco del piede, molte volte associata alla fascite plantare. Per molte persone, non ci sono sintomi ma, per altri, può rappresentare una condizione dolorosa e causare infiammazione nei tessuti molli circostanti. Questa non è una patologia che può essere facilmente diagnosticata e richiede un esame diagnostico come l’Rx o la Risonanza Magnetica per una conferma. La spina calcaneare si presume che sia causata da tensioni e sovraccarichi dei tessuti molli. Possono anche essere causati da malattie auto immuni come l’artrite, eccesso di peso corporeo o dal fatto di indossare calzature inadatte.
La metatarsalgia è una condizione dolorosa del piede localizzata nell'area appena prima delle dita dei piedi. Si chiama metatarsalgia perché le ossa in questa regione del piede sono chiamate metatarsali. SI sviluppa con attività di salto o corsa prolungate. Nel corso del tempo, l’infiammazione dei tessuti molli aumenta e i sintomi della metatarsalgia possono a volte confondersi con quelli del Neuroma di Morton.

La sindrome del tunnel tarso si verifica quando il nervo principale che arriva al piede viene compresso da ossa o tessuti. La sindrome del tunnel tarsale è la versione del piede della sindrome del tunnel carpale. I sintomi si manifestano tipicamente all'interno della regione del piede e sono bruciore, dolore e formicolio.
La fascite plantare può essere affrontata con il trattamento fisioterapico senza dover ricorrere all’uso di farmaci. È opportuno far riposare il piede nelle fasi acute e applicare il ghiaccio. Il percorso terapeutico prevede anche la valutazione della biomeccanica del piede attraverso l’uso di strumentazioni ad alta tecnologia, telecamere per la valutazione del passo e della corsa ed esame baropodometrico per la valutazione dell’appoggio del piede. Questi strumenti di valutazione sono importanti anche per consigli aggiuntivi come l’utilizzo delle giuste calzature o plantari ortopedici. Molto utilizzate sono, insieme all’esercizio terapeutico, le terapie fisiche come la tecarterapia, l’ipertermia e le onde d’urto.
Se si vogliono accelerare i tempi si possono usare i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), come l'ibuprofene o il naprossene sodico, ma devono essere prescritti solo se il dolore è invalidante e non si ha possibilità di effettuare trattamenti fisioterapici.
Se una persona manifesta i sintomi dello sperone calcaneare, occorre eseguire una radiografia del piede per determinare il problema. Vedere la sporgenza su una radiografia è l'unico modo per essere sicuri che una persona presenti speroni calcaneari. Questa condizione potrebbe, in alcuni casi, essere asintomatica. A volte il paziente scopre la presenza tramite una radiografia effettuata magari per un altro motivo. I trattamenti possono includere un impacco freddo, iniezioni di farmaci antinfiammatori, antidolorifici, riposo e uso di ortesi per scarpe. Il trattamento principale oltre ad un ripristino del controllo motorio come negli altri casi sopra citati sono le onde d’urto.
Per alleviare il dolore dovuto a metatarsalgia le cure prevedono:
Un sollievo per il dolore può darlo la terapia manuale e in particolare le mobilizzazioni del nervo (neurodinamica) Se hai dolore al piede, il tuo fisioterapista può offrire la migliori strategie per aiutarti a trattare il dolore e migliorare la funzione del piede. Anche inserire nel trattamento la massoterapia può aiutare a controllare il dolore e l'infiammazione. Il fisioterapista, se necessario, potrebbe prevedere trattamenti di terapia fisica con esercizi mirati, come l' allungamento della fascia plantare o il rinforzo abbinato di alcuni gruppi muscolari.
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Lo Scafoide è una delle 6 ossa che formano il “carpo”, quella parte della mano che si articola con il radio (osso dell’avambraccio) formando il polso. La frattura dello scafoide rappresenta il 90% delle lesioni al polso, a causa del fatto che lo scafoide si trova in una posizione in cui convergono numerose forze esterne. Questo tipo di trauma avviene soprattutto in caso di cadute con il polso in iperestensione.
Scopriamo cosa si può fare per la riabilitazione dello scafoide, in modo da recuperare a pieno l'uso della mano.
I sintomi principali, in caso di frattura, sono:
La diagnosi si avvale ovviamente dell’esame radiografico in tre proiezioni: postero-anteriore, laterale e semipronata. A volte, per confermare la presenza di una frattura può essere utile effettuare esami radiologici più approfonditi come una tac o/e una risonanza magnetica.
Il motivo per cui si deve porre una particolare attenzione è che lo scafoide ha un sistema di vascolarizzazione particolare, più precisamente “retrograda”. Questo indica che in una parte dell’osso, che confina con il polso,, c’è il rischio che in caso di frattura giunga meno sangue poiché lo scafoide è irrorato da due piccole arterie che penetrano dal lato opposto. Un mal consolidamento della lesione ossea può produrre il conseguente sviluppo di una pseudoartrosi (mancata produzione del callo osseo) o addirittura di una necrosi dell’osso con il rischio di infezioni.

Dopo la frattura dello scafoide si ha di solito l'applicazione di apparecchio gessato per 6/10 settimane (non oltre i 3 mesi). La ripresa funzionale non può prescindere da un programma riabilitativo personalizzato, in modo da favorire in primis il recupero del ROM fisiologico (generalmente molto limitato) attraverso mobilizzazioni passive e attive in flessione, estensione, prono-supinazione del polso, mobilizzazioni articolari interfalangee sia del pollice che delle dita attigue. In questa fase, per controllare il dolore sono utili terapie fisiche (ghiaccio, laser, ultrasuoni in immersione) e massoterapia drenante e decontratturante dell’arto superiore.
Il trattamento varia in funzione del tipo di frattura (composta o scomposta) e della zona ossea in cui avviene. L’obiettivo del primo periodo di terapia di solito è di:
Nella seconda fase del ciclo terapeutico si opera di solito con:
Gli esercizi consistono nel eseguire dei movimenti in direzioni specifiche, sia a corpo libero che non delle resistente elastiche.
Questi cicli terapeutici hanno una durata di circa tre settimane, e permettono un pieno recupero della funzionalità del polso in modo da tornare a praticare le normali attività lavorative e sportive.
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